
Uno degli elementi di contrasto concreto da contrapporre alla criminalità organizzata è sicuramente l'occupazione regolare e garantita. Discorso ragionevole ed inconfutabile che purtroppo nel Meridione d'Italia si spoglia di ogni, diciamo così, ovvietà e diventa tema da affrontare periodicamente affinché il "problema del lavoro" rimanga il discorso da fare sempre.
Come si sa bene, la mancanza di lavoro riversa manovalanza tra le braccia della mafia che, subdola e bastarda, assicura sopravvivenza annegando il popolo disperato nel mare dell'illegalità. Analizziamo ad esempio quello che succede nel settore dell'agricoltura che proprio nelle regioni meridionali dovrebbe essere il settore di punta, la punta di diamante di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, ma che in mano alla mafia diventa settore sofferente, schiavizzante e degrandante per i lavoratori, mentre la "Mafia Spa" dello scomparto agricolo si arricchisce. E si arricchisce tanto: l'azienda "Mafia Spa" in agricoltura guadagna all'incirca 50 miliardi di euro all'anno! Parliamo di circa 150 reati al giorno, sei ogni ora e, un agricoltore su tre ha subìto e subisce gli effetti della criminalità organizzata che sempre più allunga i suoi micidiali tentacoli sulle campagne italiane.

Ebbene sì, sono questi che avete appena letto le cifre denunciate dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori che, in occasione della sua V Assemblea elettiva nazionale, che si sta svolgendo a Roma, ha presentato il Terzo Rapporto sulla 'Criminalità in agricoltura'.
Criminalità che prende il nome di furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket ed estorsioni, abigeato, discariche abusive, macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni, truffe nei confronti dell'Unione europea, 'caporalato', abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo. Tutto questo per un 'business' pari a poco meno di un terzo dell'economia illegale nel nostro Paese (169,4 miliardi di euro).
I furti di attrezzature e di mezzi agricoli sono al primo posto per numero di reati. Il racket è al secondo, segue a debita distanza l'abigeato, un reato antico, ma in continua crescita. Ogni anno circa 100.000 animali spariscono, la gran parte destinata alla macellazione clandestina (si tratta essenzialmente di bovini e maiali, ma anche di cavalli e in prossimità delle feste pasquali agnelli e pecore). Nello scorso biennio diverse e importanti operazioni delle forze dell'ordine hanno messo in risalto la vastità del fenomeno, che non si esaurisce alle regioni meridionali, ma tocca tutta l'Italia. Il sequestro di allevamenti di cavalli è una costante che compare in diverse inchieste.
Anche i furti di prodotti agricoli sono, di poco, meno frequenti dell'abigeato. Ma non si tratta di occasionali furtarelli. Siamo in presenza di massicce sottrazioni del prodotto (spesso direttamente dalla pianta), che prevede una scientifica e organizzata operazione di raccolta. Tra i reati si segnalano, inoltre, il danneggiamento alle colture e le aggressioni nei confronti delle persone. Reati tipici dell'avvertimento mafioso a chi si dimostra restio a cedere ai ricatti. Più distinti, fenomeni di usura e il pascolo abusivo. Non meno grave è l'odioso 'caporalato', con lo sfruttamento, da parte della criminalità organizzata, soprattutto di extracomunitari (come ha messo in risalto la recente vicenda di Rosarno), molti dei quali irregolari. Meno frequenti, ma presenti, sono i furti di centraline per l'irrigazione, soprattutto nelle regioni dove c'è il problema cronico della carenza d'acqua. Per le stesse ragioni, si verificano allacciamenti abusivi ed estrazione dell'acqua da pozzi non regolari.

"L'attenzione rivolta dalla criminalità all'agricoltura - si legge nel rapporto Cia - è particolarmente rilevante perché il settore è un terreno nel quale si sviluppa un 'business' di grosse dimensioni. La ragione può essere facilmente ricercata nel fatto che questo particolare e delicato segmento produttivo provvede in maniera sostanzialmente diretta al fabbisogno primario di milioni di persone per garantire loro la sopravvivenza, specie in questi momenti di crisi alimentare, dove il cibo diventa indispensabile e insostituibile".
Da qui l'interesse ad investire, riciclare e mantenere una schiera di ''sudditi'' per il lavoro di manovalanza. Attraverso le campagne è possibile esercitare il controllo del territorio per utilizzarlo come base per nascondigli, oppure come punto di partenza per ulteriori sviluppi imprenditoriali.
L'interesse delle organizzazioni criminali, dunque, non riguarda unicamente i settori sui quali c'è ormai una consolidata letteratura: edilizia, smaltimento dei rifiuti, autotrasporto, la sanità. Incomincia ad interessarsi e pesantemente anche dell'agricoltura, in particolare nei territori e nei segmenti meno industrializzati. Tutti elementi che si ritrovano in diversi ''dossier'', fra i quali quelli della Direzione nazionale antimafia, della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Confesercenti "Sos Imprese", che hanno permesso, con le loro analisi e i loro dati, di arricchire il rapporto predisposto dalla Cia.
La criminalità, grazie ad una serie di connivenze e di una rete delinquenziale sul territorio, è in grado di condizionare tutta la filiera agroalimentare, agendo nei vari passaggi e - come si rileva anche nel dossier della Confesercenti - alterando la libera concorrenza, influenzando la formazione dei prezzi, la qualità dei prodotti, il mercato del lavoro. Un problema vasto e grave. "Si tratta, in buona sostanza, del passaggio - sottolinea il rapporto "Sos Impresa" - dalla gestione di mercati illegali e prodotti illegali (droga, prostituzione etc), a quelli legali, cioè quelli che interessano tutti gli italiani che, attraverso l'egemonia criminale sul prodotto e sulle reti, si ritrovano le mafie dentro casa, e per quanto riguarda i prodotti agricoli, addirittura a tavola".
Prima – si legge nel rapporto della Cia - erano solo Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna le regioni in cui l'attività delle organizzazioni malavitose concentravano la loro azione ai danni dell'agricoltura. Ora la malavita ha allargato il suo giro d'azione. Altre regioni del Centro e del Nord sono finite nel mirino dei criminali e gli agricoltori ne pagano le spese.
La "Mafia Spa" nel terziario... - Purtroppo i tentacoli della criminalità organizzata arraffano tutto con violenza, e passare a raccontare dei pericoli che corre la "campagna" a quelli che in generale corrono le imprese meridionali è purtroppo veramente semplice. Questa volta ci facciamo aiutare dai dati e dalle cifre analizzate e raccolte dall'Ufficio Studi di Confcommercio.
Confcommercio ha stimato, attraverso un'elaborazione inedita e aggiornata al 2009, i costi effettivamente sostenuti dalle imprese in relazione alla criminalità (furti e rapine, usura e racket e le conseguenze collegate a questi eventi) sia in termini diretti (costo dell'evento e dell'eventuale ferimento subito) che indiretti (spese difensive): ebbene, la criminalità costa alle imprese meridionali 3,5 mld di euro l'anno, 5400 euro ad impresa.
Per i settori commercio e pubblici esercizi, tali costi ammontano nel Sud al 4,7% del valore aggiunto prodotto dal settore nel mezzogiorno, 2,1 mld di euro, quasi la metà del valore dei costi sostenuti in tutta Italia (5,2mld, il 2,5% del valore aggiunto). Un onere aggiuntivo in media pari a circa 3000 euro per impresa.
Se poi vengono sommati al costo dei fenomeni criminali precedentemente considerati (rapine, furti, racket e usura) quello della contraffazione e dell'abusivismo in termini di valore aggiunto dei settori commercio e pubblici esercizi, la perdita stimata ammonta ad una percentuale, nel Mezzogiorno, del 7,8%. Il costo medio per azienda, se si considera anche il ''peso'' della contraffazione, sale quindi nel Sud a quasi 5400 euro, per un ammontare complessivo di 3,5 mld di euro.

L'opinione degli stessi imprenditori, rilevata attraverso un sondaggio effettuato nel dicembre 2009 da Format per Confcommercio sull'impatto della criminalità, dell'abusivismo e della contraffazione sulla competitività delle piccole e medie imprese in Italia, conferma che i diversi aspetti nei quali si articola il fenomeno della criminalità incidono in maniera diversa sulle imprese nei vari territori e come alcuni fenomeni, e alcune condizioni di contesto, siano considerate maggiormente penalizzanti rispetto ad altre. In particolare fra i fenomeni che le Piccole e medie imprese (Pmi) del meridione considerano incidere maggiormente sulla propria competitività sono stati evidenziati in modo molto più marcato rispetto alla media nazionale la contraffazione (per il 38,2% al Sud rispetto al 22,0% della media), o il degrado del territorio e delle aree urbane, indicato come vivaio e potente agente di sviluppo del disagio e della devianza sociale (indicato dal 36,7% delle imprese al Sud).
Da non sottovalutare, fra i dati che evidenziano una significativa differenziazione fra dato italiano (42,2%) e meridionale (64,2%) la mancanza di infrastrutture del territorio come freno alla competitività, e lo sfruttamento del lavoro nero come effetto più grave della contraffazione (59% al Sud, 41,9% nazionale). Altrettanto significativo il fatto che nel Sud ci sia la percentuale più alta (31,2%) di imprenditori che hanno stimato in oltre il 5% dei propri ricavi i costi assunti per proteggersi dalla criminalità.
"La lotta alla criminalità organizzata sta facendo passi importanti e alcuni dei provvedimenti previsti dal Piano Antimafia recentemente varato dal Governo - l'istituzione di un'Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, il potenziamento di desk interforze provinciali per l'aggressione dei beni dei mafiosi, a cui si accompagnerà l'istituzione di una sezione dedicata alla gestione dei beni aziendali dell'Albo nazionale degli amministratori giudiziari dei beni sequestrati - possono costituire un mix efficace per sottrarre risorse economiche alla mafia purché siano rigidamente applicate tutte le procedure ed i controlli necessari a garantire che tali risorse entrino in un circolo virtuoso, a favore dell'economia 'sana' e non ricadano nelle mani della malavita", ha detto in audizione Luca Squeri presidente Commissione Sicurezza e Legalità di Confcommercio. "La Confederazione - ha sottolineato Squeri - guarda con interesse alla proposta del Ministro dell'Interno Maroni di un Patto per la legalità con il sistema imprenditoriale italiano, purché tali accordi siano tarati sulle specificità territoriali e coinvolgano i diversi attori, partendo da tavoli di lavoro permanenti fra Prefetture, Questure, forze di polizia, imprenditori, istituzioni ed enti locali.''
[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, ASCA]
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